#7 - Pelle e Acqua
Un viaggio nella piana di Predarossa. Dove l’acqua ci ha spogliati, il silenzio ci ha riconsegnati. E per un momento, siamo tornati interi.
Benvenut* all'edizione #7 dove, in occasione del mio compleanno, esploro un tema che mi accompagna dal primo giorno: il gioco. Non quello fatto di regole e punteggi. Quel movimento spontaneo che ci rende vivi. Questo numero è dedicato a chi, oggi, fatica a trovare il tempo per lasciarsi andare. A chi ha dimenticato come si ride senza motivo.
Pelle e Acqua
Il sentiero tagliava la piana come una cicatrice, e l’acqua lo accompagnava senza fare rumore. Pedalavamo senza sapere dove ci avrebbe portato. Ma sapevamo cosa volevamo lasciare indietro.
L’idea era quella di esplorare in bicicletta la piana di Predarossa: avevamo voglia di giocare, non per “conquista”, per desiderio.
Nic apriva la strada, Dade subito dietro. Io li seguivo, trascinato più dalla promessa che dalla meta.
Siamo partiti lasciando a casa preoccupazioni e pensieri: c’erano solo la strada e la promessa di un’avventura. Ne avevamo bisogno, ognuno per le proprie ragioni.
Dei tre, solo Nic aveva già visto il posto in cui ci stava portando.Con l’immaginazione vagavo tra paesaggi mozzafiato e brividi di eccitazione, impaziente di salire in sella, corpo e spirito sintonizzati sull’avventura.
Volevamo solo pedalare, ridere, sentire il sole sulla pelle.
Più pedalavo più ero immerso nel paesaggio. Ancora non era chiara la meta ma eravamo pervasi dall’eccitazione della scoperta. C’eravamo solo noi, il ronzio della catena, il rumore del fiume in lontananza e un nuovo mondo da esplorare.
Superato un dosso, quando l’intera piana si è aperta davanti a noi, abbiamo visto tutta la lunghezza del fiume, il “Mississippi”: ampie curve, movimento sinuoso e spazio sconfinato.
È in quel momento che abbiamo deciso di provare a guadarlo: non era necessario, non ai fini del percorso quantomeno. Tre adulti in sella eccitati come non mai all’idea di provare qualcosa di nuovo.
L’acqua era fredda, ghiacciata. Quel freddo che ti obbliga a restare nel momento presente. Così mi sono sentito ascoltando il rumore del fiume, le grida, le risate.
Ogni pensiero sparito, ogni problema irrilevante. Mentre tastavo il fondale, immerso nell’acqua gelida, guardavo il fiume scorrere sotto di me. E nella testa scorrevano immagini: riflessi, inquadrature, possibilità .
Echi d’infanzia spinti dalla corrente.



Più sciolto, eccitato, in contatto diretto con il mio io bambino ci siamo lasciati guidare dall’istinto per buona parte della mattinata. Non ho mai trovato facile, nella frenesia di tutti i giorni, riconnettermi con il mio istinto, l’essenza primitiva, senza difese, senza ruoli. Solo pelle e acqua.
Essere leggeri mi ha riportato alle radici, senza briglie, libero come il fiume che attraversavamo in lungo in largo tra salti e risate. Anche i miei compagni di viaggio, per quanto ho potuto vedere dalle loro espressioni, si erano alleggeriti di peso in quella mattina a pedalare nel fiume.
Quando la fame è venuta a bussare, abbiamo abbandonato le biciclette all’imbocco di un sentiero, che abbiamo percorso alla ricerca di un riparo dal sole. Carichi ancora dell’energia della giornata, spogliati dalle preoccupazioni e dalle vite che ci aspettavano a casa, ci siamo inoltrati nel bosco e risalito il fiume che ci ha liberati.



Non eravamo davvero sicuri se proseguire sul sentiero a piedi o tornare alla bicilette: forse non volevo lasciare il fiume. Forse, semplicemente, volevo ancora giocare.
All’idea di esplorare “ancora un po’, vediamo dove arriviamo, in caso torniamo indietro” ci siamo spinti un po’ più in su nel sentiero, seguendo la cascata, arrivando ad un altro altopiano. Si è trattato in tutto di 15 minuti di camminata ma la sensazione che vibrava forte nel corpo era quella di essere arrivati in vetta.
Durante la giornata mi sono lasciato indietro dei pesi, ho allentato il controllo, quell’illusione che ci allontana dal nostro io più autentico.
In qualche modo, era così anche per i miei due amici e compagni di viaggio. Davanti al panorama che si apriva, sulla roccia più esposta, con il fragore dell’acqua sotto di noi, si sono spogliati. Nudi.
Non per sfida o per esibizione, ma per resa, per esprimere la parte fragile che abbiamo imparato a nascondere. Davanti all’impotenza del vuoto, all’immensità del paesaggio, senza difese. Liberi.
È come se silenziosamente gridassero: siamo qui, interi. Inermi. Veri.
E nel vederli così, piccoli contro la vastità, ho capito che il viaggio era arrivato dove doveva.
Ho la fortuna di vivere esperienze come queste più spesso di quanto me ne renda conto, e le sensazioni profonde che provo di libertà, di amore per l'avventura e di connessione con i compagni di viaggio mi ricordano quanto giocare, da adulti, è il modo più serio che conosca per ricordarmi chi sono. Per ascoltare quel bambino che non ha mai smesso di parlare.
Devo solo stare zitto abbastanza a lungo da sentirlo.
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